Il rilancio non è nel Def

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Roberto Di Maulo segretario generale Fismic Confsal

Il rilancio non è nel Def
Da superare i blocchi all’ammodernamento
Il commento del segretario generale di Fismic, Roberto Di Maulo

Le stime dell’Istat abbattono le prospettive di crescita dell’Italia: nel terzo trimestre del 2018, l’Istituto di statistica calcola che il Prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso di crescita sullo stesso periodo del 2017 è in rallentamento arrivando al momento allo 0,8%.

Si può affermare, quindi, che nel 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni. Tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita annuo del Pil che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre.

L’andamento del Pil trimestrale era stato di uno più 0,4% di media negli anni 2015 – 2017, quindi per riscontrare una stagnazione della crescita così evidente bisogna risalire al quarto trimestre del 2014 che aveva fatto registrare una crescita zero come nello scorso trimestre 2018.

Tale frenata nella crescita è ancora più grave se si considera che, a fattori invariati, l’economia italiana rischia di totalizzare una crescita del Pil inferiore all’1%, molto probabilmente dello 0,7 – 0,8%, con un trascinamento negativo anche nel 2019, anno nel quale il DEF valuta una crescita dell’1,5%, prospettiva alquanto ottimistica, se non addirittura irrealizzabile. Se il Prodotto non dovesse centrare quel risultato, aumenterebbe a cascata anche il rapporto tra il deficit e lo stesso Pil dal 2,4% attualmente previsto per il 2019 e che già non piace all’Ue, con la poco piacevole conseguenza di un aumento della spesa in deficit, oppure con un aumento della tassazione sui cittadini (patrimoniale?) per compensare il finanziamento della maggiore spesa prevista per pensioni e reddito di cittadinanza.

“Al di là di come ciascuno la pensi, il sindacato autonomo non può che fare prevalere i fatti alle opinioni – afferma il segretario generale nazionale della Fismic Confsal Roberto Di Maulo – e i numeri sono incontrovertibili. Il Def disegna uno straordinario spostamento di reddito da chi produce a chi non fa niente. E questo un sindacato manifatturiero deve per forza contrastarlo con tutte le forze che ha disposizione. Siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa, la settima del mondo e la manovra finanziaria di questo governo si muove in direzione contraria a quanto ci sarebbe bisogno. La pressione fiscale resta infatti immutata (è previsto il mantenimento ad un insopportabile 41,8% dallo stesso Def), la produttività cresce di un misero 0,2% per anno nel triennio (oggi registriamo un gap negativo di oltre 25 punti rispetto alla media europea) e l’occupazione è in forte calo. Proprio il contrario di quello di cui il Paese reale avrebbe bisogno”.

E parlando di numeri non si può certo ignorare che la stabilizzazione dello spread intorno ai 300 punti (era stabile intorno ai 100 punti prima delle elezioni) ha fatto bruciare finora circa 4 miliardi di euro per maggiori interessi sui titoli di Stato. Le banche cominciano a soffrire tale perdurante situazione, a cominciare dalle più piccole e con meno capacità di reazione rispetto al continuo deprezzamento dei titoli di Stato che hanno in pancia (circa 360 miliardi di euro). Questa situazione non potrà durare a lungo.

“Il vero deficit della manovra finanziaria non è tanto e solo nel fatidico 2,4%, ma è legata all’incapacità del trio Conte, Salvini e Di Maio di generare una manovra in grado di alleggerire la pressione fiscale, soprattutto agli occupati e alle aziende che creano occupazione, stimolando la crescita dei fattori produttivi creando così le giuste condizioni per generare nuovi posti di lavoro che creino reddito non fondato sulla nullafacenza, ma capace di creare ricchezza aggiuntiva per il Paese” sottolinea Di Maulo.

I numeri, infatti, sono là a ricordare che il taglio alle detrazioni per la sanità prevedono il passaggio dal 19 al 17%; l’abolizione di Ace e Iri ha un valore quasi doppio rispetto alle agevolazioni alle  partite Iva (3 miliardi contro 1,7 miliardi); la Borsa ha perso capitalizzazione per 120 miliardi di euro; i 7 miliardi per realizzare la famosa quota 100 producono, secondo l’Inps, un aggravio sulle generazioni future di oltre 100 miliardi che sarà scaricato sulle buste paga dei lavoratori e sul mancato rendimento pensionistico delle future generazioni; alle banche e alle assicurazioni viene applicata una riduzione delle deducibilità stimata in 4 miliardi; lo stesso condono fiscale (al di là del giudizio etico) non viene utilizzato per una manovra strutturale di riduzione del carico fiscale, ma viene utilizzato solo per coprire una parte delle maggiori spese previdenziali e assistenziali.

Per quanto riguarda l’occupazione, come temevamo, i primi numeri di agosto e settembre resi noti da Istat e Inps ci danno tristemente ragione quando prevedevamo che avrebbe prodotto maggiore disoccupazione, ovvero più adeguatamente minore occupazione. Infatti, le assunzioni a settembre 2018 cedono un importante meno 20% rispetto al 2017, che si aggiunge al meno 13% registrato ad agosto. È vero che la tendenza occupazionale va vista su un periodo più lungo, ma di solito il buongiorno (e anche la cattiva giornata) si vede dal mattino. Anche perché i dati di agosto e settembre vanno messi in coda a quelli dei 7 mesi precedenti, tutti positivi. Probabilmente il decreto dignità qualcosa c’entra con questi numeri negativi. Va notato che la stragrande parte degli oltre 34mila occupati in meno nel solo mese di agosto riguardano in larga parte contratti a tempo determinato e somministrati (proprio quelli toccati dal decreto Di Maio) che difficilmente sono spariti: si tratta di un aumento del lavoro nero o delle false partite Iva.

Sulle pensioni, a causa dell’anticipo di 5 anni, chi dovesse scegliere la cosiddetta quota 100 avrebbe una riduzione permanente dell’assegno pensionistico variabile dal 10 al 13,8%, ciò vale a dire di oltre 150euro per ogni mese per tutta la vita. Non tutti i lavoratori, quindi, in quella condizione potranno permettersi una tale riduzione strutturale dell’assegno pensionistico, soprattutto considerando che dalla riforma Dini in poi l’aggancio all’aumento del costo della vita è parametrato all’aumento del Pil e non all’inflazione reale. Inoltre va sottolineato come il collegato alle pensioni sia stato sganciato dalla manovra finanziaria, rendendo la discussione della stessa misura a oggi fortemente aleatoria.

Stessa sorte il governo Conte-Salvini-Di Maio ha riservato al cosiddetto “reddito di cittadinanza” che non appare nella manovra finanziaria, così da rendere maggiormente aleatoria l’intera vicenda. Da quel poco che si è appreso, sembra di capire che sarà lo Stato stesso ad individuare i percettori di tale misura, che il reddito dovrà essere speso totalmente nel mese corrente e che dovrà essere utilizzato per spese ‘moralmente corrette’. Una sorta di Stato padrone, quindi, che premia, indirizza e vincola i cittadini a modo di 1984 di Orwelliana memoria.

La tanto sbandierata riforma fiscale è sostanzialmente sparita dall’orizzonte temporale degli esseri umani.

Infine, il capitolo investimenti pubblici, sul quale il ministro Tria cerca di convincere l’Europa sul carattere fortemente espansivo della manovra e sul quale poggia la speranza di contenere il deficit al 2,4% grazie a uno sviluppo del Pil di almeno l’1,5% che, ha detta del Ministro, è una quota ampiamente superabile. Noi speriamo che sia vero, anche se la manovra finanziaria destina agli investimenti soltanto lo 0,2%. Ben poca cosa a fronte dell’1,2% destinato a reddito di cittadinanza e riforma pensioni.  I ripensamenti continui sulla Tap, l’inverosimile balletto di “No” della giunta Appendino sulla Tav, il recente ricordo del “No” alle Olimpiadi della giunta Raggi a Roma e quello recentissimo della Appendino alle Olimpiadi invernali non ci fa ben sperare. Secondo dati dell’Ance (Associazione Costruttori) sono oltre 670 grandi opere pubbliche quelle bloccate per un valore di oltre 21 miliardi di euro. Di queste, la gran parte sono già a lavori iniziati e in larga parte finanziati, ma bloccati per veti politici di estremismi ideologici che fanno male al nostro Paese molto più dello spread, in quanto allontano il potenziale arrivo di investitori esteri e ritardano infrastrutture fondamentali per dare sviluppo e anche sicurezza ai cittadini oltre che minore inquinamento. Rimanendo solo al versante Nord-Ovest del Paese, tanto toccato dalle 43 vittime del ponte Morandi, sono bloccati i lavori della Gronda (passaggio autostradale a nord di Genova), del terzo valico e della Tav. Al centro spicca la mancata costruzione della terza pista dell’aeroporto di Firenze e il completamento della camionabile FI-BO. Per il Sud ci sarebbe da stendere un velo pietoso, ma vogliamo ricordare i balletti che hanno portato il riavvio del più grande centro siderurgico d’Europa a Taranto con un anno di ritardo e, soprattutto, il terminale del gasdotto Tap, che darebbe un’alternativa al monopolio della Gazprom russa nella fornitura del gas.

“L’Italia è stata recentemente declassata dall’Europa nella destinazione dei Fondi strutturali, con un danno alla nostra economia di 10 miliardi, proprio perché le resistenze localistiche e politiche fatta da movimenti ideologici continuano a ritardare il completamento di grandi opere infrastrutturali di cui il nostro Paese avrebbe estremo bisogno per recuperare il gap di produttività con i concorrenti” afferma ancora Roberto Di Maulo.

“Fosse stata costruita in tempo la Gronda, e anche il terzo valico, probabilmente non avremmo pianto quei 43 morti del ponte Morandi. Così come se non venissero conclusi i lavori del valico frontaliero della Tav, il rischio è che il Nord Italia venga tagliato fuori dai grandi traffici ferroviari, costringendo porti importanti come Trieste e Genova e città come Torino al totale isolamento che penalizzerebbe anche il nostro Nord – Est, vero motore dell’economia nazionale.

La Fismic Confsal promuoverà e aderirà a tutte le iniziative portate avanti da Associazioni Industriali, da altre Oo.Ss., da comitati di cittadini che vogliono superare i blocchi agli ammodernamenti di cui ha bisogno il Paese per rimanere la seconda potenza industriale del continente. Se per investimenti pubblici il governo intende invece operazioni di salvataggio di carrozzoni come Alitalia facendole ritornare sotto la sfera pubblica, mettendo a carico dei contribuenti centinaia di milioni di euro di passivo al mese e almeno 4 miliardi di debiti pregressi, allora non ci siamo proprio” conclude Di Maulo.

Articolo su ItaliaOggi del 6 Novembre 2018

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