Coronavirus e industria, Di Maulo (Fismic Confsal): il governo deve uscire dall’incertezza e consentire la ripartenza in sicurezza

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Roma, 22 Aprile. La Fismic Confsal è impegnata da mesi in prima linea nel contrasto alla pandemia per permettere ai lavoratori dell’industria di poter riprendere le attività lavorative in sicurezza. “Siamo convinti che lavorare in sicurezza e vivere in salute debba essere al centro di ogni iniziativa. Abbiamo contribuito a realizzare protocolli per il lavoro di sicurezza in aziende come Ferrari, Fca, CnhI, Marelli, Ema, Leonardo e in centinaia di Pmi che poi sono stati ripresi dai protocolli governativi” dichiara Roberto Di Maulo segretario generale Fismic Confsal.

“Ora il Governo deve uscire da una fase di incertezza circa la ripartenza delle attività manifatturiere, smetterla di usare parametri antiquati come i codici Ateco e permettere la ripartenza a quei luoghi di lavoro che hanno adottato protocolli di sicurezza condivisi, a partire dalle attività strategiche per il Paese per la loro attività, il contributo alla formazione della ricchezza nazionale e alle esportazioni” prosegue. “Il Pil nazionale – spiega Di Maulo – crolla più pesantemente della media europea, in Germania il consumo di elettricità è sceso del 5% mentre da noi di oltre il 26%; in Spagna e in Francia le attività industriali hanno ripreso, mentre in Italia cresce un malinteso sentimento anti industriale che non permette la ripresa in sicurezza delle attività. Come se non bastasse il danno che ha recato al Paese il reddito di cittadinanza – che impegna miliardi senza nessun legame e impegno a intraprendere percorsi formativi per la ricollocazione al lavoro – ora il ministro Catalfo parla di un reddito di emergenza che andrà a favorire il lavoro nero e gli evasori fiscali, mentre mancano idee per una politica industriale in grado di fare ripartire presto l’economia del Paese e consenta al tessuto delle Pmi di non scomparire travolto dalla crisi post pandemia e alle grandi imprese di continuare a reggere la concorrenza sui mercati”.

Di fronte alla drammatica situazione del Paese non possiamo pensare che per lungo tempo si possa sopravvivere con redditi di cittadinanza, di emergenza, di sussidi vari e non ci sia una idea di rilancio delle attività manifatturiere e produttive che consenta di avviare una ripresa di sviluppo e occupazione, a partire dallo sblocco delle opere pubbliche cantierierabili immediatamente,  da un piano straordinario di formazione professionale che consenta di affrontare il salto tecnologico con risorse umane adeguatamente preparate.
“Ci rivolgiamo al nuovo Presidente della Confindustria, Bonomi, affinché l’associazione divenga di nuovo motore di proposte e idee in questa direzione, superando l’immobilismo consociativo cha ha caratterizzato l’ultima fase e ci rendiamo disponibili, come lo siamo stati con la marcia dei 40.000 a Torino, come lo siamo stati con l’accordo di Pomigliano dal 2010, a dare il nostro contributo, che spesso è stato decisivo, per aiutare il nostro Paese a superare momenti di crisi che sembravano irreversibili. Chiediamo invece al Governo di fare uno scatto in avanti, superando le logiche burocratiche dei codici Ateco, delle concertazioni inutili fatte solo con alcune parti del sindacato e di guardare la realtà per quella che è: l’Italia rischia di uscire dalla crisi pandemica per entrare in una crisi economica e sociale che non ha precedenti. Ci si appoggi all’Europa e ai mezzi che questa può mettere a disposizione (a partire dal Mes senza condizioni per ammodernare la nostra rete sanitaria nazionale), ma non per utilizzarli per sussidi e redditi di emergenza, ma per rilanciare il motore produttivo del Paese che è in grado, se libero da vincoli burocratici eccessivi e da pesi fiscali insopportabili di compiere quel balzo in avanti che può avviare un ciclo virtuoso che ridia al nostro Paese quel ruolo che gli compete e per dare onore a tutto quel personale sanitario e delle forze dell’ordine che si sono battuti in prima linea con mezzi troppo spesso inadeguati” continua.

Lunedì riparte la Sevel, che produce veicoli commerciali, e con essa riprende vita la filiera automotive, che conta centinaia di migliaia di occupati e produce oltre l’1% del Pil e tanta esportazione. “Che quella ripartenza sia in qualche maniera il simbolo di un Paese che esce dai blocchi di partenza libero di correre, senza pastoie burocratiche, codici Ateco e altre complicazioni che erano di moda negli anni ‘70 del precedente secolo. L’industria nazionale è elemento che crea reddito, sviluppo e occupazione e lo Stato nelle sue articolazioni, deve smetterla di essere ostacolo, ma diventare un fattore che ne faciliti e diffonda la sua potenzialità. Il settore manifatturiero non è sintomo di inquinamento, ma di ricchezza e occupazione e la globalizzazione non è un mostro da combattere, ma una realtà con cui competere con qualità, efficienza e modernizzazione”. conclude

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